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Percorso mese di maggio

I 5 Klesha, gli ostacoli nello yoga o nodi della mente

Nel mese maggio percorriamo un viaggio attraverso i 5 klesha, gli ostacoli nello yoga che, secondo il maestro Patanjali, ogni praticante incontra sul suo sentiero di ricerca.

 

Portiamo questi insegnamenti nella nostra pratica sul tappetino per imparare a riconoscere l’origine della sofferenza e vivere una vita più piena e appagante.

 

Ogni pratica comprende una parte di teoria in cui esploriamo il sūtra dedicato al singolo Klesha, una parte di movimento corporeo e una breve meditazione a tema. Come sempre se non riuscirai a partecipare in diretta potrai seguire la lezione registrata.

 

Uno dei grandi scopi dello yoga è quello di renderci liberi dalla schiavitù della nostra mente perché, secondo lo yoga, è la nostra stessa mente che crea la sofferenza.

 

Se il dolore è inevitabile, la sofferenza è qualcosa che in parte dipende da noi. Spesso facciamo fatica a mantenere a lungo la serenità perché la riponiamo in circostanze esterne, destinate a cambiare, e così siamo in balia degli eventi.

 

Ancora una volta ci basti osservare la natura dove tutto è in costante mutamento, tutto cambia ed è proprio questa la natura della vita stessa. Se combattiamo il cambiamento soffriamo, se impariamo a stare nel flusso, possiamo evolvere e liberarci dal dolore.

 

Secondo il maestro Patanjali, per liberarsi da queste afflizioni bisogna prima imparare a riconoscerle. Portare questi principi nella pratica significa piantare un seme. Liberarsi della sofferenza è un lavoro che può durare una vita intera, ma come ogni percorso da qualche parte deve pur iniziare.

Gli argomenti che affronteremo nel percorso sono:

AVIDYA, L’IGNORANZA

Avidya è l’ignoranza, il Klesha principale che causa tutti gli altri.
Secondo Patanjali questa sarebbe la sorgente di tutti gli ostacoli, il terreno di riproduzione di tutte le sofferenze indipendentemente da quale sia la loro causa.

Non si riferisce all’ignoranza culturale ma alla mancata comprensione di chi siamo veramente. Quando c’è avidya non riconosciamo la vera natura delle cose e per questo soffriamo.

 

ASMITA, L’EGOISMO

Asmita è l’identificazione con l’ego o il senso di individualità.

Io sono “questo o quello”, limita le nostre infinite possibilità. Per esempio se ci identifichiamo completamente con il nostro lavoro (o ruolo, o chi crediamo di essere) e, per qualsiasi ragione, questo cambia, soffriremo.  Questa falsa impressione di fusione o unità è dovuta ad avida.

 

RAGA, L’ATTACCAMENTO

Raga è l’attaccamento a ciò che procura piacere e spesso a causa di raga riponiamo la nostra felicità all’esterno.

Vivere esperienze piacevoli sviluppa, secondo Patanjali, un desiderio e un’attrazione che possono essere causa di sofferenza, perché molto spesso quando si vive un’esperienza eccitante e piacevole, si tende a ricercarla nuovamente e continuamente. Raga genera sofferenza quando, avendo conosciuto il piacere si è sempre alla ricerca di un di più e non si trova contentezza in ciò che si ha – così facendo si trascura l’attimo in cui si vive, quello che conta veramente.

 

DVESHA, LE AVVERSIONI

Dvesha sono le avversioni ovvero l’attaccamento al dolore del passato che non solo crea sofferenza ma condiziona e influenza negativamente il modo in cui viviamo il presente.

Quando siamo controllati da desideri forti (raga), sviluppiamo anche forti avversioni quando questi desideri non sono soddisfatti. Sono due facce della stessa medaglia, si basano l’uno sull’altro.


ABHINIVESHA, LA GRANDE PAURA

Abhinivesha è l’ultimo dei Klesha e si riferisce alla paura della morte. Avere paura della morte è insitito negli esseri viventi, è ancestrale e anche utile alla sopravvivenza. Ma, allo stesso tempo, occorre anche riconoscere la morte come parte integrante del processo della vita.

Il suggerimento di Patanjali è quello di trasformare questa paura in coscienza intuitiva e visione profonda grazie alla pratica dello yoga. Quando si pratica yoga si entra profondamente in se stessi e si fa esperienza del fluire dell’intelligenza e della propria energia. In questo stato è più semplice comprendere che non esiste differenza tra la vita e la morte, che sono due lati della stessa medaglia. Questo libera dalle afflizioni e conduce alla tranquillità.

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